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Dal pianoforte classico al pianoforte romantico

Il pianismo romantico è già in nuce nelle ultime opere di Mozart e Haydn, allorché i francesi Adam, Méhul e Boieldieu testimoniano una nuova sensibilità nelle proprie partiture. Ma è Muzio Clementi a fissare, con Cramer e Weber, la grammatica strumentale del pianoforte brillante approfondita da Beethoven. Le sonate estreme di quest’ultimo rendono tangibile l’invenzione del pianoforte romantico attraverso l’esplorazione del timbro e della dimensione orchestrale dello strumento. La concezione rivoluzionaria di queste partiture annuncia sia l’ipertrofia sia la miniaturizzazione dei formati romantici. Presto appaiono pezzi dall’espressione intimistica, Romanze di Mendelssohn o Notturni di Chopin, per esempio. Ma il virtuosismo, reso possibile dai progressi della fattura strumentale al crepuscolo del classicismo, è il fenomeno più significativo del pianoforte dopo il 1815. Preparato da Hummel e Moscheles, viene portato all’apogeo da Liszt, Chopin, Thalberg e Alkan. Grazie al virtuosismo sovrapposto al principio della trascrizione il pianoforte diventa allora un mezzo di diffusione e un “potente assimilatore di tutte le musiche” (Liszt).