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L’oboe nell’Ottocento

Nel corso dei primi decenni dell’Ottocento l’oboe conosce un certo numero di migliorie tecniche: otto nuove chiavi e dei doppi fori offrono nuove possibilità di esecuzione agli strumentisti. Quello è anche il periodo in cui l’oboe si stabilizza all’interno delle orchestre: appare contemporaneamente nella nomenclatura delle sinfonie viennesi o francesi e in quella delle opere. Sotto l’impulso del Conservatorio di Parigi e di grandi solisti come Henri Brod (1799-1839) lo strumento, istituzionalizzato, diventa imprescindibile, ma la sua presenza nelle sale da concerto come strumento solista rimane eccezionale negli anni tra la Rivoluzione e la Terza Repubblica (d’Indy, Saint-Saëns, Franck). La concorrenza del clarinetto spiega in parte questa disaffezione; l’apparente difficoltà di emissione del suono, letta sul volto dell’interprete, appanna anche la soddisfazione dello spettatore nell’ascoltare uno strumento che reputa “ingrato”. L’apparizione del quintetto a fiati (Reicha) offre nondimeno all’oboe un campo di sperimentazione lungo l’intero secolo.