Home / Temi / La viola in Francia nell’Ottocento

Stampare il contenuto della pagina

La viola in Francia nell’Ottocento

Designata con vari nomi fino agli anni Sessanta dell’Ottocento – alto, quinte, taille, alto-viola, violette o ténor – la viola rimane ancora nel corso del secolo uno strumento intermedio dell’orchestra, che raramente i compositori sono interessati a trattare solisticamente. Hector Berlioz, con Harold en Italie (1834), opera in questo senso una prima rottura: la viola solista non viene qui trattata alla maniera del virtuosismo violinistico, bensì facendo leva sulla sua particolare sonorità ed espressività. Anche se nel corso del secolo le vengono dedicati alcuni pezzi di bravura – i Trois Airs variés di Cartier (1810) o i Vingt-Quatre Préludes di Ney (1840) – a ispirare la generazione romantica è in primo luogo il suo timbro. Nell’orchestra lirica (da Gluck in poi), quindi nell’orchestra sinfonica e nei complessi cameristici, la viola diventa un elemento indispensabile e trae beneficio dall’affermarsi di varie correnti estetiche che la portano a essere praticata da un crescente numero di musicisti. Approfittando di questa evoluzione alcuni compositori di musica da camera scrivono (o fanno trascrivere) alcune loro opere per lo strumento. Bisogna tuttavia attendere il 1894 perché una classe del Conservatorio di Parigi, diretta da Théophile Laforge, venga dedicata unicamente alla viola. Essa è il risultato di un movimento avviato a metà secolo da Casimir Ney, Pierre Adam e Charles Trombetta: una specializzazione del violista che si contrappone al precedente modello del violinista-violista virtuoso (da Paganini a Vieuxtemps) o del semplice esecutore (Urhan).